"Thro' evening shades I haste away / to close the labours of my day."

Congreghehehehehe (no, non fa ridere)

Questa mattina, stranamente, vorrei abitare a qualche piano alto di qualche altissimo condominio, e guardare il mondo dall’alto in basso – oppure guardare avanti e vedere cielo (possibilmente terso) ed altre case.

Ho tanto sonno; anelo ad un mondo in cui la mia mattina solitaria sia sacrosanta per tutti: uomini, animali, liberi professionisti, germi, anime tormentate, cattivi odori. Per tirarmi su una costola, il cappuccino solubile l’ho fatto con il latte anziché con l’acqua… porcelloso, ma forse un po’ pesante.

The Inner Mysteries è un libro estremamente saggistico, mi si passi la definizione insulsa. Bisogna attendere circa un centinaio di pagine per arrivare ad un argomento che si possa classificare vagamente “pratico”, ovvero le diverse forme di regolamentazione per le congreghe. Che comunque, all’interno di un contesto come quello italiano in cui la maggior parte dei praticanti è solitaria o tutt’al più riunita in associazioni – già munite di regolamento interno – è di utilità (e interesse) piuttosto relativi.
Non che non mi stia piacendo o, per di più, non lo stia trovando utile. Anzi, è fonte pressoché continua di riflessioni, per quanto mi riguarda. Indubbiamente credo che in Italia sia, al momento, unico nel suo genere; assolutamente da consigliare a tutte quelle persone che non hanno la possibilità di leggere Hutton, Adler e Kelly.
Con Chiara siamo tornate di nuovo in argomento Perfect Love and Perfect Trust (tanto per citare il titolo dell’articolo che aveva pubblicato Dorilys), però la questione è trita e ritrita e, alla fine, giungo sempre alle medesime conclusioni… in quanto “neopagani italiani” abbiamo fondamentalmente DUE grosse croci da portare: la fobia della concorrenza e la diffusa ignoranza.
Concorrenza perché… bah, in realtà non lo so, il perché. Per quanto mi riguarda si ritorna sempre a quel famoso elenco (virtuale) di motivazioni per cui alla fine non ho mai più ripreso a fare video: perché ha ragione chi – come Amanda, e in un certo senso anche Shikal – ha sempre sostenuto che in Italia ci vendiamo il Qulo per un euro. Un euro o le luci della ribalta, che poi ad un certo momento diventano più o meno la stessa cosa, ma anche se così non fosse, pure tutti quelli del partito “Lo faccio perché mi diverto” (sottoscritta inclusa) ad un certo punto dovrebbero sinceramente ammettere, almeno con sé stessi, che il divertimento dipenda dalla visibilità, dalla possibilità di avere un confronto con altre persone, dalla consapevolezza di aver combinato qualcosa di buono. Altrimenti non si PUBBLICA, è palese.
Solo che evidentemente qui il signor Adam Smith (…era veramente lui, o sto sbagliando citazioni?) non dev’essere mai passato, perché invece di abbracciare quel principio molto capitalistico per cui la concorrenza dovrebbe portare a dei prodotti di qualità superiore, ci piace di più tirarci vicendevolmente cacca. O accusarci di copiare spudoratamente gli uni dagli altri, come vuole il trend attuale.
Così viviamo perennemente sulla difensiva, come la signora della bancarella del Brintaal che ci teneva tanto a far sapere alle sue (potenziali) acquirenti che i suoi prodotti erano fabbricati con “materiali professionali perché lei è un’artigiana vera, il fimo lo lascia alle ragazzine” e che erano tutti marchi registrati. Par quasi che si sia tutti frustrati. Pare.
Io per prima non sono mai stata il tipo del chi si accontenta gode, ma qui stiamo esagerando.
Per quanto riguarda l’ignoranza, invece, alle volte non puoi proprio farci niente, e non lo dico con cattiveria – non necessariamente, almeno. Anzi, faccio mea culpa perché io di mio non sto insegnando niente a nessuno.
Banalmente, già the Inner Mysteries ne potrebbe essere un esempio calzante: non dice quasi nulla di nuovo rispetto ad un The Triumph of the Moon (R. Hutton) o un Drawing Down the Moon (M. Adler), ma non puoi farne una colpa a nessuno se sono libri che nel nostro Paese non sono mai stati tradotti e pubblicati. M’è capitato talmente TANTE volte, nella mia fortunatamente breve vita di frequentatrice di forum, di assistere/partecipare a discussioni sfociate in lotte fra galli sulle origini della Wicca, o della fantomatica “Vecchia Religione”, sull’attendibilità del Vangelo di Leland e sulla differenza tra “pagano” e “neopagano”, che è fin un peccato che si tratti di libri voluminosi ma privi di rilegatura rigida, perché sarebbero anche degli OTTIMI oggetti contundenti (figuriamoci a leggerli!) se le persone si degnassero di farne dei must nella loro biblioteca – alla stregua de La Dea Bianca (R. Graves) e Il Ramo d’Oro (J. Frazer), che comunque adesso tra i giovani stanno tristemente passando di moda.
Tante meno discussioni. Tanto più quieto vivere. Tanta più traquillità nel pensare ognuno agli affari propri, lasciando gli altri liberi di esprimersi.
A questo punto, mi preme citare un passo dei signori Farrar&Bone:

[…] Questo sistema funziona davvero solo quando ci sono differenze di livello nella formazione e nell’esperienza dei vari membri per cui la gran sacerdotessa e il gran sacerdote hanno effettivamente più esperienza. Per loro natura, queste sono le congreghe di formazione ideali.

Dove sono le nostre “congreghe di formazione”? Perché io mi metto le mani nei capelli al solo pensiero, e qui ne parlano come se fosse una cosa normalissima?

E’ l’aria di Mabon, la prospettiva delle giornate che si accorciano, l’inizio dei lavori “da fare in casa” – e per la prima volta quest’anno non ci sarà nemmeno il repulisti profondo che facevo di solito in camera mia. Ma qualcosa mi invento.

Una Risposta

  1. Qui ho idea che i sacerdoti o le sacerdotesse delle congreghe servono A MALAPENA a capire chi è “il capo” e chi decide cosa si deve fare e come…😄

    Però The Inner Mysteries mi ispira!! ;D

    16 settembre 2013 alle 13:04

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