"Thro' evening shades I haste away / to close the labours of my day."

Excerpt #3

Avrebbe potuto benissimo cercare un altro Chierico che fosse in grado di metterla in contatto con Shalme, ma con la partenza imminente ed una destinazione ancora ignota Alhambra pensò che sarebbe stato solo uno spreco di denaro prezioso. Fuori non pioveva più, le nubi si sfaldavano rapidamente nei cieli sopra Sharn gettando grandi ombre mobili sulle strade lastricate e lungo le pareti vertiginose delle torri.

«Esco». Qualcuno, effettivamente, alzò gli occhi per vederla andar via, ma nessuno sollevò obiezioni o fece domande. Si erano già abituati a vederla andare e venire secondo l’estro del momento… Almeno lei, a differenza di Stella, in un modo o nell’altro era sempre tornata.

L’ultima volta che l’aveva visto, Viktor le aveva detto di non fidarsi di Shalme, né di Palwe. Ma Viktor le era parso decisamente fuori di sé, e continuava a svanire e riapparire dalle ombre in una maniera molto più consona alla creatura che aveva in corpo che non ad un Chierico di Dol Arrah – per non parlare di tutto il resto. Erano stati Shalme e Palwe a riportarlo a Casa Jorasco quando le sue condizioni di salute erano state critiche al di là di ogni remora, ed erano stati sempre Shalme e Palwe ad aiutarli a ricostruire parte della  Casa di Guarigione crollata sotto l’assalto dei diavoli. Sapevano anche dell’Alto Prelato, e non avevano fatto niente che avrebbe mai potuto spingere Alhambra a credere di doversi guardare persino da loro.

Decisa a non sbilanciarsi nei giudizi, scese in direzione del Lower Central Plateau, alla locanda dove s’erano dati appuntamento la volta precedente, ma quando chiese notizie del Mago elfo e del Guerriero che viaggiava con lui, l’oste facendo spallucce rispose che non si trovavano lì.

«Tornate questa sera, per ora di cena», le disse, senza degnarla di particolari attenzioni. «Può darsi che siate più fortunata».

In effetti lo fu. Sedeva al bancone da pochi minuti – non aveva neppure deciso cosa ordinare da bere – quando Shalme entrò, ed attraversò la sala comune completamente assorto nei suoi pensieri, con due tomi rilegati in verde sottobraccio, senza guardarsi intorno.

«Mastro Shalme».

La sorpresa gli balenò negli occhi quando la riconobbe. «Alhambra». Nessun titolo pomposo, nessun ‘milady’, nessuna d’ davanti al nome della sua famiglia, ma fu comunque appropriato perché era uno dei compagni di suo fratello, e tra loro di certo non lo chiamavano più “Lord d’Jorasco”, se mai l’avevano fatto. «Come posso esserVi utile?».

«Ci sono stati dei risvolti non del tutto previsti, di cui quantomeno Voi dovreste essere messo al corrente, ed è meglio che sia io a farlo», replicò lei. Si accomodò al suo tavolo, di fronte al suo interlocutore, ed ordinarono stufato di manzo e birra rossa. Si guardò intorno… per essere una locanda dei livelli inferiori era un ambiente piuttosto piacevole, tenuto con cura e dalla clientela tranquilla; poteva capire per quale ragione per ben due volte il Mago le avesse dato appuntamento lì. «Cosa sapete delle Chiavi?», domandò senza troppi preamboli.

Shalme inarcò un sopracciglio. «Qualcosa», ribatté, evasivo. La ragazza di servizio portò loro le birre, e lui ne prese immantinente un sorso. «L’unica cosa che ancora ci sfugge è il loro utilizzo, per il resto sappiamo tutto quello che c’è da sapere, abbiamo viaggiato con Viktor per tanto tempo. Perché me lo state chiedendo?».

Lei ignorò deliberatamente la domanda. «Quindi sapete anche che la Seconda Chiave deve essere generata dalla Prima».

Lui posò il boccale, cingendolo alla base con entrambe le mani. Cominciò a farlo ruotare sul proprio asse, lentamente, raschiando il piano del tavolo. «Sì», mormorò, cogitabondo. «Quindi lo avete scoperto anche Voi».

«Oh, », disse. «Probabilmente a mie spese, temo».

Su di loro calò un silenzio glaciale. Shalme allontanò da sé il bere, ma l’inquietudine gli stava montando dentro come l’alta marea, e per un lungo momento dondolò sulla sedia cercando una posizione più confortevole. Alla fine, puntellandosi con i gomiti sul tavolo, si portò le mani al viso ed incrociò le dita, stringendole vigorosamente. «Ovvero…?».

«Ovvero la creatura che vive dentro mio fratello ha puntato un buon terreno dove seminare la sua discendenza, un posto dove a nessuna buon’anima di sani principi verrebbe in mente di andare a cercare».

«Viktor lo sapeva», disse l’altro, «il suo terrore era che quella cosa arrivasse a piantare il suo seme in Voi, milady». A quel punto vide, relegato a forza in fondo agli occhi fulvi della piccola Chierica, il dubbio angosciante che le attanagliava le viscere, ed una nuova consapevolezza lo abbrancò alla bocca dello stomaco come un artiglio. «Non… non sarete mica…».

«Non lo so», lo prevenne Alhambra con un moto di insofferenza. «E’ ancora presto per dirlo, ed io penso che sia un’evenienza molto improbabile… Però Viktor sostiene con una certa insistenza che possa essere successo».

Di fronte a lei, l’Elfo si tormentava le mani così forte da far sbiancare le nocche, ma riusciva a dominarsi. «E, di grazia, come sarebbe successo?», sibilò.

Alhambra, quasi involontariamente, scoppiò a ridere. «Non so», e scosse la testa facendo danzare la coda di cavallo sulle spalle, «non so, volete una spiegazione con api e fiorellini oppure la vostra perplessità è di natura morale?».

L’elfo s’inalberò, gli occhi verdi ridotti a due fessure astiose puntate sull’halfling. «Eravate consapevole dell’evenienza di generare la Seconda Chiave quando Vi siete fatta sb…», ma si morse le labbra prima di pronunciare parole sconvenienti per un uomo di conoscenza qual era, «…quando avete giaciuto con Viktor?».

«Ovviamente no».

Con ritrovato contegno, Shalme tornò alla sua birra, indugiando un lungo momento con le palpebre abbassate mentre riordinava i pensieri. «Mi dispiace», mormorò a quel punto. «Viktor si stava adoperando con tutte le sue risorse affinché ciò non accadesse. Mi rendo conto altresì che ormai la morale abbia poca importanza». La discussione s’interruppe bruscamente quando venne loro servito lo stufato, ma non appena la cameriera si allontanò quel tanto che bastava affinché le loro voci tornassero a confondersi fra le altre, il Mago accantonò le pietanze. «Torno a chiederVelo: tralasciando i particolari della vostra intimità, gradirei capire come sia potuto accadere…».

«Cosa, esattamente, volete che vi dica?». La Chierica era esasperata e non glielo nascose.

«Cosa vi ha spinti l’uno fra le…braccia dell’altra, per la Schiera!», sbottò.

Alhambra si strinse nelle spalle, rifuggendo il suo sguardo. «Ne avevo voglia», mormorò. «Sembrava la cosa più bella del mondo, in quel momento. Pareva anche a lui, immagino».

Lui passò dalla frustrazione all’essere semplicemente perplesso. «D’accordo», convenne. «Mi dispiace, s’intende».

«A me no», ribatté lei, spiazzandolo. «Sono preoccupata, certo… ma non dispiaciuta».

«Ma avete una vaga idea di quello che succederà, ora, dentro di Voi?».

«No!», esclamò l’halfling, sul punto di ridere di nuovo per l’assurdità delle circostanze. «No che non ce l’ho, è per questo che sono qui! Non voglio che succeda niente dentro di me!».

«Allora adoperateVi per liberarvene! Siete un Casato di Guaritori, grazie al cielo, saprete sicuramente che provvedimenti prendere in queste situazioni».

«Non c’è nessun provvedimento che io possa prendere adesso». Esalò forte, esasperata. «È presto. Presto per dire di essere incinta, presto per agire di conseguenza. Però vorrei che mi aiutaste».

Shalme si fece incerto; distolse lo sguardo, lasciandolo vagare, vacuo, nel piatto in cui rimestava distrattamente il sugo. «Dovrei studiare la… creatura… prima di potermi pronunciare su alcunché…».

«Potrebbero aprirmi in due e rimuovere definitivamente il problema prima ancora che possa formarsi qualcosa passibile di definirsi una creatura».

«Arrivereste a tanto?».

«Io? No», e la Chierica sorrise tristemente. Tutti – compresi lei e Viktor – alla fine avrebbero incolpato il demonio che suo fratello si portava dentro per quell’improbabile concepimento; ma Alhambra in cuor suo avrebbe sempre saputo che la “creatura”, come la chiamava Shalme, era comunque nata da un atto d’amore come un normalissimo piccolo halfling. Gliel’aveva dato Viktor, ci avrebbe rinunciato ma non certo a cuor leggero. «Qualcuno, però, potrebbe tentare».

«Ad esempio…?».

«Viktor stesso. I miei compagni. Voi. Chiunque abbia intenzione di impedire che venga al mondo… la lista potrebbe essere piuttosto lunga».

«Potrebbe costarVi la vita», e aveva ragione, ma lei non seppe cosa rispondergli, se non un silenzio eloquente nel quale stiracchiò le labbra in un’espressione che doveva sembrare di pacifica rassegnazione. «Ad ogni modo, ripeto, non saprei come esserVi d’aiuto».

«Se dovessi essere incinta…».

«Oh, per la Schiera, certo che lo siete!», gemette Shalme, esasperato. «Se Viktor ne è così convinto, sarà a ragion veduta; quella cosa che ha dentro – la Prima Chiave – non si concederebbe certo il lusso di andare per tentativi. Non credo neppure che Voi siate così ingenua da pensare veramente che i limiti fisiologici del vostro corpo siano d’ostacolo… non ha importanza se l’ape passa quando il fiore è già appassito: il suo potere lo fa sbocciare di nuovo, a suo capriccio».

Alhambra incassò il colpo in silenzio, e per qualche tempo se ne ristettero entrambi senza profferire parola, ognuno intento ad inseguire il filo delle proprie cogitazioni. Fu lei, ad un tratto, a riprendere il discorso. «Non capisco», mormorò. «Cosa succede alle Chiavi una volta che sono impiegate per il rituale?».

«Vengono distrutte», rispose distrattamente il Mago.

«Quindi è per questo che il diavolo di Viktor ha ucciso il suo creatore, il maestro di Dargrosh… per autoconservazione».

«Viktor è una Chiave corrotta, il suo comportamento è anomalo», la corresse lui. «Dovrebbero essere completamente assoggettate alla volontà di chi le crea, ma nel caso di Vostro fratello il Marchio deve aver influito in qualche modo».

«Allora non ha senso che brami così ardentemente di creare la Seconda Chiave», considerò. «Perché farlo? Perché dare ai Signori della Polvere anche la Seconda Chiave, di modo che possano completare il loro rito e distruggerle entrambe?».

Il Mago rimase muto, fosco in viso. La mente di Alhambra lavorava febbrilmente, richiamando tutte le informazioni che era riuscita a radunare fino a quel momento; Viktor era una Chiave corrotta, e avrebbe dovuto essere eliminato, ma aveva avuto la meglio sul suo creatore e l’aveva sopraffatto. Da Shalme stesso aveva saputo che i Signori della Polvere avevano tenuto prigionieri lui, Palwe e suo fratello, torturando il Mago ed il Guerriero e sottoponendo Viktor al processo che ne aveva fatto la Prima Chiave – ma se il Marchio aveva il potere di compromettere una Chiave, per quale motivo in seguito a Shalme e Palwe, che ne erano privi, non era stato riservato il medesimo trattamento? Forse erano riusciti a fuggire in tempo?

«Credete che l’incidente con l’Alto Prelato si ripeterà?», domandò con un filo di voce.

«Non so che dire», replicò l’elfo, distrattamente.

«Come avete scoperto che era stato Viktor ad eliminarlo?».

«Lui stesso ne parlava come di un’eventualità, per tenere a bada il diavolo dentro di sé. Non è stato difficile riunire tutti i tasselli del rompicapo quando dalla Chiesa di Dol Arrah è trapelata la notizia».

A lei, però, i conti non tornavano. Viktor era rimasto sgomento quando lei aveva vuotato il sacco, l’aveva afferrata con malagrazia per le spalle e aveva tentato di estorcerle il nome di chi l’aveva smascherato… non pareva sospettare dei suoi compagni di ventura, quando avrebbe dovuto. Quando aveva discusso con Keryon a proposito di recarsi lì, in quella locanda, vuotando a sua volta vergognosamente il sacco riguardo a quanto era successo fra lei e suo fratello, si auguravano entrambi che le circostanze avrebbero costretto Shalme a prendere una posizione; poteva offrirle il suo contributo per riuscire a sbarazzarsi della Chiave, oppure poteva tentare di ricondurla a più miti consigli e spronarla a portare avanti la gravidanza. Ma fintanto che il Mago taceva e non si sbilanciava, non avrebbero cavato un ragno dal buco.

Può andar bene anche così, disse Alhambra tra sé e sé, ora si tratta di avere un po’ di pazienza.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...