"Thro' evening shades I haste away / to close the labours of my day."

Excerpt #5

Ignaro, il sergente Dolom si accomodò sulla stessa seggiola su cui, fino a non troppo tempo prima, sedeva il Maestro di Dargrosh, e si guardò intorno con aria perplessa, constatando il livello di devastazione in cui versava la stanza. Tutto tristemente quadrava con il racconto concitato che gli aveva fatto il Ranger non appena arrivato, era innegabile che lì dentro ci fosse stato uno scontro che aveva visto coinvolti un grifone e almeno un Diavolo delle Catene.

Loro erano entrati dopo di lui, e Dargrosh in silenzio aveva cominciato a rassettare la casa come se avesse urgenza di riportare una parvenza di normalità. Muroni seguiva Keryon con aria apprensiva – l’aveva esaminato con occhio clinico e discreto appena giunta sul posto, ma a parte qualche rammendo ai suoi abiti non c’era nulla che potesse fare – mentre lui dal canto suo non pareva incline a ricambiare quelle attenzioni, per lo meno in quel frangente. Tutti gli altri si guardavano intorno con diffidenza, finendo con il constatare che, effettivamente, dentro ormai non c’erano che loro; il Maestro se n’era andato portandosi via i due diavoli, ma anche il diario scritto in lingua infernale ed il disco di legno. Fuori, il manipolo di curiosi attirati dal baccano inconsueto s’era disperso.

«Dunque», cominciò con il dire Dolom, «gradite spiegarmi cosa sta succedendo?».

Diversi sguardi conversero allora sull’Artefice, che dava loro le spalle, tenendosi impegnato attorno al focolare. Poi, dal momento che nessuno osava fiatare, prese la parola Quimae, ed affrontò la questione partendo da piuttosto lontano: «Quando abbiamo inseguito i diavoli che avevano rubato la testa del demone conservata a Casa Jorasco – circostanza, per altro, in cui abbiamo fatto la conoscenza della qui presente lady Muroni – siamo finiti in un santuario dei Signori della Polvere. Durante lo scontro…», e ripeté la storia per l’ennesima volta.

Nella testa di Alhambra i ricordi assumevano una sfumatura diversa alla luce di quel che aveva imparato. In principio tutti avevano pensato che Viktor si fosse lanciato all’inseguimento della testa rubata per riportarla indietro, e che si fosse visto costretto a distruggerla unicamente per salvare sua sorella ed i suoi compagni…

«Il mio Maestro è stato con me fin da allora. Era parte di me, e adesso sa tutto quello che so anche io».

«Anche che stiamo per partire alla ricerca degli artefatti che ci permetterebbero di purificare il corpo di Viktor… sa di Shalme e Palwe».

«Dovremmo avvertirli, potrebbero essere in pericolo».

…la creatura con il Marchio rosso sulla schiena che aveva sgominato l’orda di diavoli che Vercis aveva inviato contro di loro, ma aveva arrestato la sua furia assassina di fronte a lei. La Chiave nascerà dal sangue corrotto. Chissà se già in quel momento sapeva di volere che nascesse così. Studiò Dargrosh, intento a rimestare la sua cena in un paiolo; nonostante fosse praticamente sotto interrogatorio, sembrava essersi liberato da un grosso fardello. «Toglimi una curiosità», interloquì. Cacciò una mano nel borsello che portava appeso alla cintura e ne trasse un foglietto spiegazzato che da giorni ormai si portava appresso – era una pagina del diario che aveva copiato il giorno in cui l’aveva accompagnato a fare ricerche in biblioteca. «Puoi ancora leggere l’infernale?». L’Artefice riuscì a malapena ad orientare la pagina con l’alto ed il basso.

«Quindi in ogni caso le tue macchinazioni si fermano qui», decretò Dolom. Era sollevato, ma soprattutto profondamente amareggiato e faceva ben poco per nasconderlo. «Non avrei mai creduto possibile che un nano cedesse tanto facilmente alle lusinghe di un potere così infido».

«Il mio Maestro era come un padre per me!», sbottò l’altro, scagliando il mestolo nella marmitta. «C’è chi s’è sciolto per lusinghe ben peggiori», ed indicò Alhambra. «Parliamo di lei, piuttosto, incinta di suo fratello e, di conseguenza, della Seconda Chiave!».

Nella stanza calò di nuovo quel silenzio foriero di disgrazie, e la halfling desiderò ardentemente di potersi votare a qualche divinità degli inferi che aprisse una voragine sotto i suoi piedi e la inghiottisse all’istante.

Se Dolom era basito, Muroni era sconvolta e scandalizzata. «Per la Schiera Sovrana, com’è potuto accadere?!».

Questa volta non osò ironizzare proponendo la storiella delle api e dei fiorellini, anche se per poco non le sfuggì un commento salace in merito a certe piccole gioie che supponeva Keryon avrebbe dovuto far conoscere alla sua interlocutrice. Avrebbe potuto cedere al pianto isterico che tratteneva da giorni, e snocciolare a tutti loro il suo tormento… se per Dargrosh il suo Maestro aveva preso il posto del padre che lo aveva ripudiato, lei non poteva certo confessare altrettanto a cuor leggero che i diciassette anni in cui Viktor era mancato da casa – e dalla sua vita – le avevano restituito un maschio halfling nel fiore degli anni che lei aveva a stento riconosciuto come suo fratello. Per il bene della reputazione della famiglia intera, sarebbe stato meglio continuare ad imputare l’incidente ad una qualche malia operata dalla Chiave, quindi, arrossendo, ammise: «Non so che dire, è… è semplicemente successo. È cominciato come un sogno ricorrente, e alla fine è capitato davvero».

L’elfa, però, pretendeva una giustificazione più convincente. «Mi state dicendo che non c’era proprio nulla che Voi o Vostro fratello avreste potuto tentare per impedire che accadesse questo disastro?».

Si sentì infinitamente stupida. Tacque e sostenne lo sguardo di Muroni facendole intendere di non avere ulteriori risposte da darle; se rammentava bene il responso della divinazione che Muroni stessa aveva fatto per loro, terminava con L’amore ucciderà la Chiave. Che, per quanto poteva saperne lei in quel momento, avrebbe anche potuto significare che forse quella era solo la prima di una serie di idiozie invereconde che li avrebbero portati alla rovina.

L’Adepta dei Draghi tese una mano verso di lei, e Alhambra conosceva quell’incanto: stava cercando di percepire l’aura del bambino. «È troppo presto», mormorò.

Muroni abbassò la mano. «Sì è troppo presto».

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