"Thro' evening shades I haste away / to close the labours of my day."

Excerpt #7

La conversazione languì piuttosto velocemente. Dargrosh era quello che più di tutti loro sembrava seccato dal fatto che la breve spedizione di Keryon e Quimae al vecchio monastero della mezz’elfa si fosse rivelata pressoché inutile ai fini della loro comune ricerca. Alhambra non si mostrava altrettanto contrariata; dopotutto sapeva bene che, anche se i due presunti fratellastri s’erano imbarcati con loro in quell’impresa senza protestare, entrambi avrebbero impiegato ogni risorsa disponibile per perseguire anche il loro interesse primario – diradare le nebbie intorno all’oscuro personaggio che rispondeva al nome di Alabass Tinu’viel. Se avessero fatto nuove scoperte riguardo le origini di Quimae, però, in quel momento non era dato saperlo. Credette di cogliere una sorta di occhiata d’intesa che la Monaca scoccò al Ranger che le sedeva di fronte, come se la discussione non dovesse proseguire oltre. Non poteva biasimare i loro silenzi, con Dargrosh che fino a qualche settimana prima si cimentava in riti arcani con diavoli e demonietti, e lei che se ne portava tutt’ora uno appresso e non aveva idea di se e di come sarebbe riuscita a tenerlo a freno.

D’un tratto si levò un gran trambusto dall’esterno della locanda. Grida concitate, tramestio di passi pesanti ed il clangore metallico di armi ed armature. Nella grande sala da pranzo gli avventori cominciarono ad agitarsi, lasciando frettolosamente i loro posti per ammassarsi ansiosi alle finestre che davano sulla strada antistante. Keryon, invece, puntò deciso verso l’ingresso; ma quando fu a nemmeno un paio di metri dalla porta, questa si schiantò sotto la carica di una creatura che non si sarebbero aspettati di incontrare in pieno centro città. Non che fosse un colosso di statura, ma era massiccio, e la sua stazza ingombrò la soglia quasi completamente, costringendo la clientela del locale a darsi alla fuga per vie traverse, rovesciando tavoli e sedie; il corpo, vagamente umanoide nella forma, era ricoperto da placche eterogenee di spessa corteccia bruna e verde. In una mano brandiva una clava di legno lunga quanto Dargrosh, mentre l’altra reggeva uno scudo rotondo evidentemente ricavato dalla sezione orizzontale di un grosso tronco d’albero. Sbuffava e grugniva in un linguaggio che Alhambra non riusciva a comprendere, ma dubitava comunque che fosse in grado di mettere insieme frasi di senso compiuto nella condizione di frenesia in cui versava quando caracollò all’interno, calpestando con noncuranza qualsiasi cosa si trovasse alla portata dei suoi piedi. Dalla sua ombra un altro essere emerse, molto più minuto, decisamente antropomorfo, dalla pelle verde brillante sotto abiti intessuti di foglie.

Keryon arretrò con cautela d’innanzi alla loro avanzata. Dargrosh rovesciò il tavolo a cui sedevano, frapponendolo tra loro e la creatura-albero. «Era questo che intendevano quando parlavano di incursioni in città», grugnì, tracannando un ultimo sorso di birra prima di lasciar cadere il boccale vuoto ai suoi piedi.

«Non ha senso», mormorò il Ranger. «Questi esseri non dovrebbero essere ostili!».

Per loro sfortuna, quelli – assieme ad un’altra dozzina di loro simili che avevano impegnato in combattimento la Guardia cittadina, all’aperto – decisamente lo erano. Gridando qualcosa in quella lingua silvana che soltanto l’elfo capì, attaccarono. Un paio di frecce soporifere, scagliate dal piccolo arco del mostriciattolo verde, sibilarono ad una spanna dalla testa di Alhambra, ferendo Dargrosh senza conseguenze. I dardi di Keryon, invece, s’infiggevano agevolmente nella pelle coriacea della creatura di legno, con uno schiocco sonoro. «Ferro freddo!», il Ranger trovava fiato per dar voce alla propria soddisfazione nonostante l’impeto della lotta, «sia benedetto tutto l’oro che ho speso!». La sua euforia, comunque, scemò con la stessa rapidità con cui il folletto estrasse una spada di legno dalla lama irta di rovi e lo raggiunse al fianco, aprendo profonde lacerazioni. «Chierico!», ruggì, osando a malapena voltarsi indietro verso Alhambra, agitando una mano lorda di sangue.

Lei guardò l’Artefice. «Non hai niente per appiccare il fuoco a quell’affare?».

«Potrei appiccarlo a tutta la locanda», ribatté il nano, tuffando una mano nello zaino. La vide aggirare la loro barricata improvvisata, puntando decisa al cuore della mischia. «Andrai a farti male».

«Oh, beh…». In principio Alhambra era stata prudente, come di consueto, e aveva lanciato i suoi incanti di supporto restando alle spalle del gruppo, al riparo. Le ci era voluto qualche momento per ricordare che in realtà girava da giorni con una borsa da Guaritore che conteneva più veleni per lei che medicamenti per tutti. Non aveva paura di farsi male, anzi, era addirittura ansiosa di scoprire cosa sarebbe successo se fosse rimasta ferita.

La clava di legno la raggiunse all’altezza del braccio che aveva teso in direzione di Keryon, ed anche se il nocumento fu contenuto, l’impatto fu così forte da farle perdere il primo incantesimo. Non accadde assolutamente nulla di insolito: il dolore si irraggiò inesorabile lungo l’arto, intorpidendole momentaneamente i sensi, facendola barcollare qualche passo più lontano. Adesso, pigiata nella cornice della porta della locanda, c’era la mole del loro grifone, che aveva prontamente risposto al richiamo del suo cavaliere. Al contrario di quanto era avvenuto nel laboratorio di Dargrosh, però, questa volta le dimensioni dell’uscio limitavano la portata dei suoi attacchi, ed era di scarso aiuto.

Keryon ansimava, articolando malamente qualche parola nel dialetto silvano, evidentemente nel tentativo di comunicare con gli avversari che lo incalzavano senza tregua e che, ad ogni modo, non parevano minimamente far caso a quello che stava dicendo. Fu questione di pochi istanti, comunque, prima che il nano accantonasse definitivamente le sue remore in merito alla salvaguardia del locale e mettesse mano alle fiale di fuoco acido che si portava appresso. L’ampolla compì un breve volo a parabola attraverso la stanza e s’infranse contro la testa del mostro più grosso; l’acido divorò e corrose le sue carni coriacee con furia famelica, tra grida strazianti e fumi dal tanfo pungente. La disgraziata creatura si contorse in maniera spasmodica, creando ulteriore devastazione nel salone, prima di rovinare a terra, sfracellando un tavolo ed un paio di seggiole, per finalmente spirare tra le ultime, angoscianti convulsioni.

Il tocco curativo della halfling raggiunse il torso martoriato dell’elfo, risanandolo quasi completamente. Keryon elargì ad Alhambra una specie di sorriso a metà tra lo stupore e la gratitudine; ogni tanto qualcosa doveva rammentargli che il potere di un Chierico non dipendeva dalle dimensioni delle sue mani. Poi si voltò a fronteggiare l’avversario ancora in piedi, insistendo nel voler battere il sentiero diplomatico, ma di nuovo senza successo.

«Blocca persona!». Alhambra, snervata, lanciò l’incanto. Era un azzardo, ma poteva valerne la pena; trattenne il fiato finché non vide la creaturina verde cadere sul pavimento completamente paralizzata. «Oh, Olladra benedetta…», sospirò, sciogliendo la tensione dalle spalle.

Lo disarmarono e lo immobilizzarono con svariati di giri di corda. Tuttavia, pur non avendo la minima possibilità di liberarsi, quando l’effetto dell’incantesimo svanì, quello riprese a dimenarsi come un ossesso. «Questa è una Spina», osservò il Ranger. «Una creatura delle foreste, probabilmente il guardiano di quell’altro affare di legno. Ripeto… non dovrebbero essere così ostili, ma questa è completamente fuori di sé. Farnetica. Hanno attaccato chiedendo aiuto»

«Ma dai?», lo rimbrottò, sarcastico, l’Artefice.

Alhambra si guarì il braccio; probabilmente qualche cartilagine del gomito doveva essersi incrinata o addirittura spaccata, ed il dolore le pulsava nelle tempie rendendole difficile concentrarsi. Voleva capire, e s’inginocchiò al fianco del folletto. I danni riportati nello scontro erano seri, seppur non troppo ingenti, e gliene curò una parte nella speranza che ciò lo calmasse e lo rendesse più propenso al dialogo, ma fu perfettamente inutile; i suoi occhi erano arrossati, gonfi, allucinati, e si contorceva come un verme attaccato all’amo rendendole impossibile visitarlo.

«Proviamo così», interloquì Dargrosh, constatando le sue difficoltà. Raccolse da terra una delle frecce soporifere che la Spina stessa aveva adoperato contro di loro, e lo ferì ad un piede quel tanto sufficiente a che la tossina entrasse in circolo. Lentamente, quello s’intorpidì fino a piombare in un sonno torbido, malato. Respirava sibilando.

Alhambra lo ispezionò, rigirandolo delicatamente. «Guardate». Dietro la testa, scostando ciocche di quei capelli ispide come le barbe dei fiori di cardo, trovò una piccola ferita in cui era incistata una gemma cangiante dalla sfaccettatura irregolare, grande quanto un dado da gioco. Sollevò lo sguardo e lo posò su Keryon, identificandolo come quello tra loro che sembrava possedere una cultura più specifica in merito. «Suppongo che questa non dovrebbe trovarsi qui».

«Direi di no».

«Posso provare a togliergliela, ho degli strumenti nella borsa».

«Si sveglierà alla prima incisione», l’ammonì il nano.

«E quindi?».

La consultazione fu breve, e mortificante per la Guaritrice quando si resero conto che l’unico anestetico di cui disponessero erano i pugni di Quimae. Convennero che fosse il male minore, apparentemente, e lo colpirono fino a stordirlo. Disinfettò la zona con lo spirito più forte che l’Artefice riuscì a scovare dietro il banco dell’oste, tra la roba scampata allo scempio della clava; il resto se lo scolò lui, con noncuranza, e poi gettò la bottiglia alla Monaca, con un rutto, per poter essere di supporto al Chierico.

L’halfling si mise all’opera. Il bisturi nella sua mano incideva i tessuti con la disinvoltura di un pennino sulla carta patinata… aveva del talento, indubbiamente, oltre che un Marchio. Con disappunto, però, si resero conto che la piccola pietra era incassata nella calotta del cranio. Poteva estrarla comunque, ma ci sarebbe voluto più tempo; intanto fuori, per strada, i tafferugli proseguivano, con la Guardia di Fairhaven che stava inesorabilmente volgendo la situazione a proprio favore.

«Continua».

Alhambra con una mano conteneva l’invasività del bisturi e con l’altra seguitava febbrilmente a lavorare; si fermò solamente quando, con suo sommo orrore, scoprì che dai margini dentellati della pietra si dipartiva una serie di sottilissimi filamenti, come tentacoli piliformi, che si erano conficcati in profondità nel cervello della Spina. Serrando le labbra fino a farle sbiancare, ne recise uno.

La gemma cangiante reagì come se fosse stata viva. Il peduncolo tagliato si atrofizzò all’istante, polverizzandosi, ma tutti gli altri si scalzarono in un sol colpo dalle loro sedi, facendo a brandelli il cervello del loro ospite, per poi ritorcersi repentinamente indietro contro la Guaritrice. Non ebbe il tempo di realizzare cosa stesse accadendo, perché le si conficcarono come aghi nella carne esposta del braccio, strappandole un gemito soffocato; all’improvviso la sua testa si riempì di voci sussurranti che si accavallavano le une alle altre, aggrovigliandosi in una matassa assolutamente inintelligibile per lei. Fu sul punto di precipitare in una voragine di follia, quando un’altra ondata di dolore indescrivibile la riportò bruscamente alla realtà; Keryon aveva afferrato la pietra e l’aveva estirpata a forza dal suo corpo, devastandola esattamente com’era avvenuto per la creatura che la possedeva prima – con la sostanziale differenza che in Alhambra non aveva raggiunto alcuna zona vitale. Alla stessa maniera, quella cosa riuscì allora ad impossessarsi di lui, penetrandogli nel palmo della mano. «Dannazione!». Anche il Ranger fu assalito dalla corale di voci soprannaturali, ma poteva capirle.

Ammazzali! Ammazzali! Uccidi tutti! Uccidili!

 

Lei si ritrovò boccheggiante sul pavimento, con il sangue che scorreva a fiotti dal braccio martoriato, accanto al cadavere della Spina ancora caldo. L’elfo imprecava stringendosi la mano ferita al petto, la mezz’elfa reggeva la bottiglia del loro anestetico improvvisato in cui aveva imprigionato la pietra. Tutti videro la gemma agonizzare per qualche momento, agitando disordinatamente i tentacoli prima di ridursi ad un fondo di cenere grigiastra.

«È quella», grugnì Keryon. «Quella li fa impazzire. Entra nelle loro teste e li istiga a massacrare tutto quello che incrocia il loro cammino».

Anche tra le spoglie carbonizzate del mostro di legno riconobbero i segni della presenza di un’altra scheggia malefica dietro la testa, ma della pietra vera e propria non c’era traccia. «Probabilmente muore non appena rimane senza ospite», ipotizzò il nano.

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