"Thro' evening shades I haste away / to close the labours of my day."

Excerpt #8

Del troll ormai non rimaneva che la testa, e nemmeno si sarebbe potuta definire propriamente intera. Ciononostante continuava a rigenerarsi, tenacemente, costringendoli ad amputare, mozzare ed estirpare in continuazione nuove propaggini informi prima che avessero il tempo di diventare un nuovo corpo.

Alhambra in quelle condizioni non poteva fare nulla che somigliasse ad un’operazione. Scalzò la pietra sussurrante dalla sua sede facendo leva con il manico del bisturi, prima che i tessuti della testa si ricomponessero richiudendo la ferita intorno ai filamenti ancora conficcati nel cervello della creatura.

«Adesso cosa pensi di fare?», le domandò Keryon, vibrando quasi con noncuranza un colpo da macellaio con la sua ascia bipenne, nel punto in cui l’osso della mandibola s’innestava al resto del cranio.

«Taglio tutto», rispose lei. «Vediamo che succede». Rigirò il bisturi con una torsione di polso e falciò i sottili tentacoli senza troppi riguardi; la loro disposizione, però, era troppo irregolare, e la velocità con cui reagirono allo scempio, inaudita. Per la seconda volta si rivoltarono contro la mano che li minacciava, per la seconda volta la testa del Chierico si riempì di bisbigli malefici ed incomprensibili, ottundendola.

Memore dell’episodio precedente, il Ranger intervenne snudando il coltello; riuscì a tagliarli tutti tranne uno. Gli parve quasi di vederlo, il superstite, mentre inarrestabile risaliva il braccio dell’halfling, scomparendo in profondità sotto la clavicola e poi di nuovo su, lungo la nuca. Sotto i loro sguardi inorriditi, gli occhi di Alhambra si rovesciarono all’indietro, gonfi e vitrei, incassati in vistose occhiaie vermiglie. Per lei fu come se qualcosa le solleticasse quell’irraggiungibile zona dietro l’ugola con la punta di un dito di ghiaccio.

All’improvviso, però, le voci tacquero, il freddo si dissolse, la luce calda del piccolo falò da campo si soffuse nei suoi occhi mentre tornava a mettere a fuoco il mondo intorno a lei. Era spaesata, come fosse riemersa bruscamente dal sonno profondo, ma stava bene. Intorno a lei, l’elfo, la mezzelfa ed il nano osavano a malapena respirare. La pietra sussurrante era un’impronta di cenere bigia sul palmo della sua mano lorda del sangue del troll. Fu Dargrosh, con nanica efficienza, ad afferrare la testa mozzata del mostro e a gettarla tra le fiamme, decretandone definitivamente la morte.

«Beh?», borbottò Keryon, inquieto, in ginocchio accanto alla piccola Guaritrice. «Cos’è successo? Stai bene?».

«Come ti senti?», gli fece eco Quimae.

«Bene», mormorò. «Sì, insomma… a posto, direi».

«Quella cosa ti è arrivata fin dentro la testa», interloquì l’Artefice. «Poi d’un tratto s’è come avvizzita, ed è morta, esattamente come l’altra. Come ci sei riuscita?».

Il Chierico, però, non aveva risposte alle sue domande, e si limitò a stringersi debolmente nelle spalle, con un cenno di diniego. «Non ho fatto niente. Non potevo fare niente».

Prego, mamma, disse una voce dentro di lei.

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