"Thro' evening shades I haste away / to close the labours of my day."

Il Mago

Sto leggendo un libro, si intitola Il Mago di Lev Grossman. Non deve aver avuto un’adolescenza facile uno che di cognome fa “grossman”.
Ad ogni modo, l’ho scelto perché veniva dopo Farfalle Nere sullo Scaffale della Giovinezza Perduta, non è che mi abbia convinto il Washington Post che lo definisce “il libro che fa per voi se sentite la mancanza di Harry Potter”. Non ci azzecca NULLA con Harry Potter, se non per il fatto che si parla di una scuola di magia e di ragazzi che ci studiano dentro.
Però è carino, come libro… quantomeno, a noi sta piacendo. Amo il personaggio principale, Quentin, credo che mi somigli molto e me ne sono definitivamente convinta l’altro giorno quando ho letto il seguente passo:

Adesso lui era un mago di fresca nomina, accreditato e garantito. Aveva imparato a scagliare incantesimi, aveva visto la Bestia ed era sopravvissuto, era volato in Antartide sulle sue ali ed era tornato a Brakebills nudo e grazie alla pura forza della sua volontà magica. Portava nella schiena un demone di ferro. Chi avrebbe mai pensato che potesse fare, e avere ed essere tutto questo e nello stesso tempo non provare nulla? Cosa gli mancava? O era colpa sua? Se non era felice, neanche laggiù, neanche ora, il difetto era dentro di lui? Appena raggiungeva la felicità, essa si disperdeva e ricompariva altrove. Come Fillory, come ogni altra cosa buona, non durava mai. Che scoperta funesta.

Come lo capisco.
Solitamente è il genere di riflessioni in cui indugio la mattina durante la colazione; a dire il vero non tanto in questo periodo, quanto piuttosto anni fa, ad ogni modo è una sensazione ricorrente. Il classico I don’t belong to this place, era la conclusione a cui giungevo quotidianamente soprattutto quando facevo la commessa in negozio – una parentesi infelice. Sono abbastanza convinta che capiti a tutti, prima o poi, nella vita.
Il punto è che per quanto mi sforzi di cambiare in meglio, questa cosa non passa mai veramente del tutto. Anche se non ho compiuto mirabolanti imprese urban fantasy, metaforicamente parlando Quentin ed io siamo uguali.

Ma quel capitolo illuminante non aveva soltanto quella chicca, me ne sono salvata altre.

” […] La realtà è resistente, non cede e non si cura di quello che pensate, o sentite, o dite. Almeno, non dovrebbe curarsene. Voi la affrontate e andate avanti con la vostra vita.
“I bambini piccoli non lo sanno. ‘Pensiero magico’: è così che Freud lo chiamava. Una volta che noi impariamo che non è così, non siamo più bambini. La separazione tra parola e realtà è il perno essenziale su cui si basa la nostra vita adulta.
“Ma in qualche modo, sotto il calore della magia, quel confine tra parola e realtà si spezza. Si apre e l’una fluisce nell’altra e si mescolano fra loro e si fondono. Il linguaggio si intreccia con il mondo che descrive.
“A volte mi sento come se fossimo incappati in una falla del sistema. Non vi pare? Un cortocircuito? Un errore di catalogazione? Uno strano circolo vizioso? E’ possibile che la magia sia una conoscenza che sarebbe preferibile abbandonare? Ditemi: un uomo che è in grado di scagliare un incantesimo, riuscirà mai a diventare adulto in tutto e per tutto?”.
Si interruppe. Nessuno gli rispose.

Te lo dico io, a 31 anni suonati. No.
Ad ogni modo, poi continua:

“[…] Ma vi dirò una cosa. Credo che siate maghi perché siete infelici. Un mago è forte perché conosce il dolore. Sente la differenza tra quello che il mondo è e ciò che lui vuole farlo diventare. Altrimenti, a cosa credete serva quella roba che avete nel petto? Un mago è forte perché soffre più degli altri. La sua ferita è una forza.
“Di solito, le persone portano quel dolore dentro di sé per la vita, finché non uccidono la sofferenza o la sofferenza non uccide loro. Ma voi, amici miei, avete trovato un altro sistema: utilizzare il dolore. Bruciare come carbone, per dare luce ed energia. Avete imparato a piegare il mondo che ha cercato di piegarvi”.

Questo ultimo pezzo mi è piaciuto da matti. Poco importa che parli di “maghi” in un senso assolutamente fantastico del termine, perché può benissimo riguardare anche noi, è quel genere di paragrafo che non mi stupirei di trovare in qualche manuale di auto-aiuto. Mi sono riempita la testa e il cuore con questo concetto, sarà che lo sostengo da una vita, sarà che è la mia settimana di Paturnie Con la Zia Irma… ma è proprio così, mago (o strega) è chi ha il potere e lo ha usato (o lo sta usando) per cambiare le cose. Tutto il resto è fuffa, è parecio, è mia nonna che continuava a prendere antidolorifici per la cervicale senza rendersi conto che stava dormendo sul cuscino sbagliato… costa fatica, a volte, cambiare ‘sto cuscino, ma sennò è troppo facile, e non è magia.

Ah, venerdì è venuto il maniscalco e ha detto che le cavalle sono in formissima e sembrano più giovani di quello che sono. E stamattina abbiamo cavallato e visto un sacco di bestie e  Pythia ha vinto i suoi terrori e mangiato il suo topolino senza fare tante storie.
Oggi è una bella giornata, miracolo proprio ù_ù

2 Risposte

  1. A me è piaciuto abbastanza e sono felice che non somigli affatto ad Harry Potter e presenti le tematiche magiche e caratteriali in modo differente🙂 Ne hanno anche tratto una serie TV per SyFy, “The Magicians” (il titolo originale) abbastanza godibile e un pochino trash🙂 Io vorrei essere come Eliot o Julia ma credo di essere più simile a Penny…

    ps. la serie tv anticipa alcuni elementi del secondo romanzo!

    12 settembre 2016 alle 17:21

    • Non lo sapevo! Allora mi leggo i libri e poi vado con la serie😉

      12 settembre 2016 alle 17:24

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