"Thro' evening shades I haste away / to close the labours of my day."

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Ti presento Jane

Domenica mattina (ma anche lunedì e soprattutto martedì, ad essere onesti… ma, insomma, diciamo che la vera catarsi l’ho avuta domenica) ci siamo svegliati sotto il diluvio, e andava molto bene così. Yuri è uscito subito dopo colazione per andare dai suoi ad imbottigliare la prima birra, e io sono rimasta a casa a decidere cosa fare della mia giornata casalinga tra una passata di aspirapolvere e l’altra.

Ad un certo punto mi sono ritrovata a farmi una domanda strana: cosa farebbe il mio personaggio adesso?
Non è poi così strana, come domanda, dopotutto e dopo-tanto gdr, ora che ci penso. Su Instagram, @the.wildrose.witch ha condiviso una di quelle tabelline “Qual è il tuo nome da…?” a tema Anne of Green Gables; il mio è ‘Jane of Glen St. Mary’ –che è un gran bel nome per quello che mi ispirano giornate del genere, molto “donna di lettere del primo Novecento in contesto rurale”. Ho pensato che Jane si sarebbe fatta un tè e si sarebbe messa a scrivere.

Avevo già di che mettere insieme il capitolo 22 per Rondò con la Morte (l’ho scritto martedì sera, a letto, mentre Yuri si guardava la tv) ma era più il genere di giornata con luce lattiginosa e rumore di pioggia che concilia scenari di colline coperte di boschi, nebbia gelida che scende dalle montagne e cottage con spessi muri di pietra e odore di vecchia stufa alimentata a torba. Jane si è fatta un tè –con tutti i crismi, l’acqua in temperatura ed il giusto tempo di infusione– ed è andata a ripescarsi dalla libreria La Saggezza della Luna, un libro che ormai è più un amuleto che una lettura vera e propria, prima di mettersi al lavoro.

Ah, mi diceva mia madre che dopo quello che è successo alla strada che da Pellegai sale al rustico, hanno istituito un comitato per decidere dei lavori di manutenzione. Ci sarà una riunione il 7 di ottobre, speriamo che un giorno sistemino davvero, speriamo che si possa finalmente smettere di aver paura di restare impantanati nel fango. Non possiamo tornare al primo Novecento, ma per il contesto rurale qualcosa invece si può fare.

La vera sfida di questa settimana, comunque, sarà imparare a fare una cosa alla volta. La spintarella definitiva verso la lotta al multitasking me l’ha data Giada, ma era comunque da tempo che mi dicevo che devo smetterla di fare centomila cose tutte insieme soltanto per paura che mi passino di mente.

Appurato che una buona routine non è il Male Supremo, ho cominciato a spezzettarla in modo da poterla affrontare con ordine. Ad esempio, faccio pulizie una stanza per volta; le bestie le sistemo tutte dopo che ho fatto i mestieri di casa. Soprattutto, la smetterò di snobbare il tempo che dedico al journaling dedicandomi contemporaneamente a qualsivoglia streaming, che ad un certo punto non capisco più se è il podcast che mi fa da sottofondo mentre scrivo o viceversa.

Hanno previsto brutto tempo per il resto della settimana, direi che ho maniera di fare tutto comodamente.

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Viva le righe!

Ho ordinato la nuova Paperblanks, con le righe. Yay!
Devo fare una dolorosa confessione… non ho realmente finito quella vecchia, mi avanzerebbe ancora qualche pagina bianca. TROPPO bianca. Devo autoflagellarmi continuando a scrivere su una superficie che mi mette un nervoso assurdo? Ovviamente no.

Ciliegina sulla torta, anche l’ultimo podcast di Psinel parla dell’utilità di tenere un diario. Tra l’altro io, che mi ero ripromessa di smettere di scrivere al mattino insieme al caffè, evidentemente sbagliavo su più fronti: sia per quanto riguarda lo sfogare il malumore su carta (cosa che avevo pensato di evitare ed invece è buona e giusta), che per l’orario (le prime ore della giornata sono decisive in un sacco di tecniche per migliorare le proprie abitudini che sto incontrando in blog e newsletter che seguo a proposito di crescita personale).

È la tanto decantata Morning Routine, per inciso.
Pensa che io, da tendenzialmente-indefessa abitudinaria, ero convinta –in fondo in fondo, e chissà poi perché– che la routine fosse il Male. Non so, forse mi sapeva di persone noiose. La realtà è che, come in molte altre cose, c’è il modo di viverla sano e quello malsano.

Sono partita da lontano per arrivare ad una rivelazione che mi ha colto martedì sera mentre mi leggevo le carte; l’energia della Luna Piena in Pesci era propizia alla guarigione e al distaccamento, ed ho trovato una stesura (spread?) interessante sul feed Instagram di Ethony che si chiamava “Break the Cycle”. Ho voluto provarla con il Ceccoli Oracle, che da più parti ormai ho sentito dire sia veramente micidiale nelle letture introspettive.
Ecco, dovremmo chiacchierare più spesso di carte e divinazione.

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Ad ogni modo, impantanandomi miseramente nell’interpretazione della sesta ed ultima carta, ho cominciato a pensare che –soprattutto quando si tratta di me— mi do troppi giudizi “a priori”. Che, guarda il caso, era una di quelle cose che rimproveravo sempre ad Isabella quando eravamo ragazzine. Così, spesso mi dico “non fare questo, non fare così” senza pensare che talvolta non conta tanto l’azione in sé, quanto quello che c’è dietro.

Mettiamo che qualcuno al bar se ne stia in silenzio ad ascoltare la conversazione di quelli seduti al tavolo accanto. È una di quelle cose che siamo abituati a pensare che non vada fatta, che non sia buona educazione; da un lato non è bello che qualcuno s’impicci degli affari tuoi (magari poi giudica pure…), dall’altro è pure vero che le chiacchiere da bar non siano quasi mai degli affari di Stato. Comunque, mettiamo che tu abbia questa mania, magari perché al bar ci vai sempre da sola e senza tappi nelle orecchie e volente o nolente le voci ti arrivano.
Ti senti un po’ in colpa, perché sai che non è carino quello che fai, anche se probabilmente il più delle volte i discorsi non ti interessano affatto e finisce che appena esci dal bar ti dimentichi bellamente tutto quello che hai sentito e anche le facce di chi stava parlando (se mai ci avessi anche fatto caso).

Una sera, le carte ti dicono: è ora di perdere una cattiva abitudine.
E tu pensi: giusto, è ora di smettere di origliare i discorsi della gente al bar.
E le carte ti rispondono: guarda, a nessuno frega niente che tu, così, di per sé, origli i discorsi delle persone al bar. Sarebbe spiacevole se questa cosa avesse delle ripercussioni negative, se tu fossi indiscreta, se ti sentissi ingiustamente sminuita o lusingata da quello che senti, se lo facessi per controllare che non stiano parlando di te, o se ti spingesse ad un comportamento veramente “involutivo”. La brutta abitudine che devi perdere è il comportamento viziato che hai associato a questa cosa, perché è quello il punto. Magari smetti di origliare al bar e ti metti a stalkerare la gente su Facebook… e allora che senso ha? No, cara, devi scavare a fondo, estirpare il problema alla radice. È cosi che si risolve davvero tutta la faccenda.

Scritto in questa maniera sembra un po’ la scoperta dell’acqua calda, eh?
Per me non lo era… per lo meno, non nella questione “viziata” che stavo analizzando. È un meccanismo che mi riesce molto bene in termini di cose come “Sto ingrassando: Smetto di Mangiare vs. Mangio Meglio” ma un po’ meno bene quando mi avventuro in ambiti più particolari. Comunque rimane più o meno la stessa cosa, a volte uno deve semplicemente riuscire a capire perché si strafoga di porcherie piuttosto che smettere di punto in bianco because reasons.

Oddei, le nuove Yankee Candles che ho preso questo mese (Autumn Night & Fluffy Towels, che sa di bucato <3) sono una cosa libidinosa.
Per il principio di Chi ben comincia… sarà un buon settembre 😉

Vetrina in allestimento.

Scaricato il nuovo wallpaper motivazional-antipaturnie –per tablet e cellulare– dal blog di Mr. Wonderful Italia, sono pronta per cominciare settembre. La nuova agenda è stata energizzata all’insegna del “non lasciamoci sfuggire nulla”, calendari e note sono stati ottimizzati, se a breve arrivasse anche la mia busta paga di agosto sarebbe veramente una partenza in grande stile.

Sei già stato/a sul nuovo sito di Chiara a scaricarti il suo planner annuale 2017-18? Tra l’altro ho da poco ricevuto la sua prima newsletter e sto facendo enorme tesoro del suo messaggio!

Ci siamo svegliati la mattina di venerdì 1 con un bel temporale, ed ha continuato a diluviare ad intermittenza per tutto il giorno. È ora di ritirare fuori tutte le tarts al sapor di pasticcini e caramello porcello –e anche di comprarne di nuove, perché no? <risata satanica>. Ho intrecciato qualcosa come cinque metri di cavi elettrici per la prolunga miracolosa che mi sono fatta installare da Yuri vicino all’angolo del divano, e finalmente mi sono portata la lampada di sale sul davanzale per i momenti contemplativi. Mia madre continua a compatirmi, di tanto in tanto, per via delle dimensioni di questa casa… ma del resto io non capisco come possa stare lei con una televisione minuscola che prende dieci canali in croce e un computer che ci mette cinque minuti a scaricarle la posta elettronica (di cui un buon 70% è spam). L’altro giorno ero in vasca da bagno che mi guardavo i miei k-drama in streaming, con le maschere in posa su faccia e capelli, e mi sentivo tutto fuorché poveretta. C’è gente che abita in case ben piu grandi e se le gode neanche la metà.

Certo, sarebbe molto più pittoresco poter raccontare qualsiasi cosa seduta ad un vecchio tavolino di ferro battuto sotto un gazebo in mezzo alla campagna inglese, in un agriturismo sulle colline del Chianti o in un cottage in mezzo al bosco, ma probabilmente sarebbe anche molto più facile, quasi banale. È giusto che tutto parta da qui, da un tavolo IKEA espanso solo da un lato per tenerci le piante di peperoncino (e il kombucha in fermentazione, e il kefir d’acqua, e un cestino di vimini con tutte le mie carabattole che i pappagalli hanno contribuito a rendere particolarmente shabby-chic). È più autentico.

Penso di non aver ancora imparato a vendermi bene.
Ieri ho letto l’ennesima supercazzola pseudospirituale a proposito di natura, rapporto con gli animali ed esperienze mistiche; credevo che la gente ormai si appassionasse a cose più clamorose, al livello di un Viridis Genii Symposium o giù di lì, ma non è vero. Ma non siete stufi di pendere dalle labbra di persone che pur di ottenere la vostra attenzione (e poi magari, possibilmente, vendervi qualcosa) sono disposte a dichiarare tutto e il contrario di tutto?

Come si fa a non cogliere l’ironia che sta dietro a chi non campa vendendo amuleti e talismani porta-soldi?

Frivolezze a parte, la newsletter di Chiara (di cui sopra) mi ha fatto riflettere.
Qualche post addietro si parlava di gabbiani che ridono e di raccontarsi storie, no? Al che mi sono detta: ma quanto sarà effettivamente vero che la gente cerchi l’autenticità delle cose?
Perché, diciamocelo, ci piace sognare, a noi instagrammer soprattutto. Ci piace immaginare le persone che seguiamo come dei personaggi di fantasia con le loro vite perfette; ci piace annusare storie, dietro a certe fotografie, che magari (anzi, azzardiamoci un “nella maggioranza dei casi”) ci inventiamo noi da soli. Lo sappiamo che la vita vera non è quella –una volta lo dicevamo dei film, adesso lo diciamo di qualsiasi cosa passi su uno schermo.
Quando scopro qualcosa di autentico –che poi tante volte è solo un bel modo di dire che ha anche qualche difetto– in linea di massima comincia a piacermi un po’ meno. Succede solo a me?
Esempio banale: Casanova, grandissimo seduttore. Vai a cercarti su Google qualche ritratto (magari quelli attribuiti a Longhi, che nella sua autobiografia dovrebbe essere quello a cui ha commissionato i dipinti da regalare a certe sue amanti e che lui stesso definisce “somiglianti”, per cui, confidando nella vanità del signor Giacomo, ti fidi abbastanza), e santiddio ha una faccia da sberle, a voler esser gentili. Poi ci sommi il fatto che per sua stessa ammissione mangiava a quattro palmenti e la sua unica ginnastica era quella da camera + le discutibili condizioni igieniche dell’epoca + tutte le volte che ha contratto gonorrea/sifilide/quel-che-è di cui portava fieramente le cicatrici (parole sue!) + la cadenza veneziana che di solito non rientra mai nella top list degli accenti più sexy del Bel Paese… dimmi tu se non preferivi restare nell’ignoranza e continuare a sognare.
Beninteso, una parte di me mi fa notare che razza di potere abbia un intelletto straordinario come il suo, ed è una lezione IMPORTANTE. Ma, per il resto, davvero alla gente importa cosa c’è dietro certe facciate?

Alla fine mi sono risposta che dipende
Se vuoi seguire una persona perché ti piace la sua vetrina e ti ispira, magari non hai veramente voglia di scoprire cosa c’è dietro. Forse addirittura non lo noti a priori –come nel caso che si diceva prima, quando il pubblico non sente puzza di marcio di fronte a chi promette magimagie miracolose continuando a sguazzare negli stenti.
Ma quando hai bisogno di aiuto, allora vai a cercare l’autenticità. Vai a cercare chi c’è passato e ne è anche uscito, qualcuno che ti possa capire. Quando la Vita Vera ti prende a calci nelle gengive, hai voglia di sfogarti con qualcuno che sappia di cosa stai parlando… una persona reale, non un personaggio costruito per piacere.

Insomma, è un po’ una questione di quanto in profondità uno voglia andare. La vetrina è un approccio più divertente e sicuramente anche più remunerativo, sotto un certo punto di vista. L’Autenticità è per veri intenditori (e solutori più che abili).
Ci sarà una via di mezzo?

Autumn is Coming

Finite anche le ferie di Yuri, bisogna che mi arrenda al ritorno alla routine. Credo comunque che immortalerò questo momento in una foto per i momenti di sconforto invernali.

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Mi vizio.
Mia madre è tornata sana e salva dal Perù, tutto bene, divertita un sacco, lunedì scorso ha deciso di andare a casina a falciare il prato e mi sono aggregata perché di sì, perché adesso con settembre non voglio più tergiversare e quindi cerco l’Ispirazione Definitiva su come riempirò la nuova Mr. Wonderful nei mesi a venire (feeding schedule delle bestiole a parte). Per restare all’ombra ho spinto la panca nella lavanda e mi sono sentita onestamente in grazia degli Dei, tralasciando il rumore dei trattori e di Guinness che li insegue imperterrita abbaiando.

Fondamentalmente, questo è proprio quello che vorrei fare: scrivere. Tra l’altro sono particolarmente contenta del nuovo tablet e dell’aver deciso finalmente di dotarmi di tastiera bluetooth, perché il touchscreen non mi dà assolutamente soddisfazione. Un’altra cosa che farò al più presto sarà comprarmi una nuova paperblanks con le righe perché quella bianca che ho –e che graziadddio sto terminando— mi fa venire il nervoso.
La #outofhabitchallenge è andata piuttosto bene, ho letto indubbiamente di più ma mi sono concessa anche qualche film e soprattutto –meronn’— mi sono infognata nel tunnel dei drama coreani, tutta colpa della Fred. Ho scaricato Viki Rakuten sul tablet, ho preso la prima serie che mi ha proposto in homepage, Bride of the Water God, ed è stata subito ADDICTION. Ma va bene così, il punto era mollare i brutti social con tutto il loro carico di fuffa, casi umani, mainagioias e gombloddisti.

E uscire, a leggere e scrivere sui prati finché la stagione lo permette. Poi, tra le attività di Mabon, ho già deciso che ci sarà l’upgrade del mio angolino preferito sul divano, perché evidentemente io funziono così, per essere produttiva devo essere correttamente stabulata come i miei piccoli pargoli da terrario.

Voglio avere un sacco di cose da raccontare. Non so se questo possa essere definito un “piano d’azione”, ma è un’idea ricorrente. Non so come farò… probabilmente prendendo seriamente appunti.

Non ho controllo su quello che penso – Ep. 1

Questo post comincia con un argomento per nulla aulico e con nessuna pretesa di evoluzione personale. È sabato sera, sto guardando i titoli di Studio Aperto -è solo un caso, sto aspettando che si avvii il minix– e insieme ai soliti servizi sul caldo anomalo, sulla bomba d’acqua caduta su Cortina e sul presidente Zaia che chiede lo stato di emergenza, ce n’è anche uno su una casa di riposo da cui sono usciti dei video del personale che picchia gli anziani. Allora decido definitivamente che la mia tragicomica mattinata deve essere condivisa con il mondo.

Gennaro Romagnoli dice che noi siamo padroni delle nostre azioni, non dei nostri pensieri, i quali sono la funzione fisiologica del nostro cervello e non ne siamo responsabili più di quanto non potremmo esserlo, ad esempio, della nostra digestione. E secondo me ha assolutamente ragione.
Il mio sabato comincia con questa premessa <è uno screenshot del bollettino meteo del sito dell’Arpa Veneto>

Mia nonna è voluta uscire lo stesso, alle 11 passate, per andare fino alla piazzetta del mercato rionale, a piedi perché la macchina è ancora in officina -e anche perché se c’è appunto il mercato, non si trova parcheggio, men che meno alle 11 del mattino.

Mi rendo conto che le doppie negazioni complichino la comprensione delle frasi, ma non è che non le abbia fatto notare che il suo termometro in terrazza segnava 30 gradi all’ombra. Non è che non abbia tentato più volte di farle capire che se si fosse preparata per le, che ne so, 9 e mezza, saremmo potute andare e tornare evitando le ore più calde. Non è che non ascolti “il consiglio dell’esperto” al telegiornale, non è che non sappia che alcuni suoi coetanei ogni anno ci crepano, di caldo, letteralmente. Non è neanche che mi dia delle spiegazioni plausibili per questi suoi comportamenti, e mi guarda come se le stessi facendo un dispetto, come se non volessi accontentarla per qualche ragione puramente egoistica; questa però è una condizione abbastanza frequente, si chiama proprio paranoia senile: il mondo intero li vuol fregare (salvo ovviamente quelli che poi ad imbrogliarli ci riescono davvero) e tutti parlano alle loro spalle (cosa che, nel caso di certe vecchie betoneghe del bar, in effetti è vero).

Sto divagando.
Insomma, stamattina mi salta la mosca al naso e le dico “Bene, usciamo quando vuoi tu! Chissà che quando avrai toccato con mano, mi crederai!”. E ve la faccio breve: a mezzogiorno e mezzo -abbondante- quando siamo arrivate a casa dopo aver percorso in circa mezz’ora i CINQUECENTOCINQUANTA metri (e non lo dico per dire, lo dice Google Maps, tempo di percorrenza stimato: 7 minuti) che separano Piazza Vittime di via Fani da casa sua, era finita. Esausta, sciolta. Nei 15 metri di vialetto d’ingresso di casa si è fermata a prendere fiato quattro volte.
Certo che mi dispiaceva, certo che era pericoloso, ma questo sabato glielo segno sul calendario per la prossima volta che mi metterà il muso pensando che non voglia portarla a spasso perché sono una brutta persona che non capisce che lei ha bisogno di uscire; perché non è mica finita qui.

Sale i primi gradini, io dietro in modalità “portiere ai rigori”. Mia madre, come dicevamo, è in Perù, ma in casa sua ci sono mio padre e mio fratello, che ci sentono arrivare e le aprono la porta -appartamento al pianterreno, lo specifichiamo- così lei può entrare a sedersi un attimo prima di riprendere la salita, la meta sta due piani più in alto. Varca la soglia, mi dico che ormai è fatta.
“Nonna vado su a casa a metterti il pesce in frigorifero”. Aveva comprato un filetto di platessa fresco da farsi per pranzo, che facilmente a quel punto sarà stato anche già lesso.
“Oh sì grazie”.
Faccio una rampa e mezza di scale e sento lo sfacelo, compreso un gran colpo di qualcosa di duro che sbatte. Mollo le borse, torno da basso di gran bestemmie, mio fratello mi intima di non entrare perché, prevedibilmente, mia nonna ha la testa dietro la porta chiusa.

Alla fine, pare, nulla di grave, solo una botta -la seconda, questa settimana; la prima l’ha presa la notte tra domenica e lunedì quando, dopo aver preso probabilmente una doppia dose di delorazepam per dormire, si è svegliata per andare al bagno ed era così rincretinita da mancare clamorosamente la porta della camera, sbattere contro l’armadio e finire per terra. E grazie al cielo c’erano mio fratello e la sua ragazza che dormivano in mansarda, l’hanno sentita e l’hanno tirata su.

Purtroppo con lei è così. Per mesi le ho consigliato di non prendere il delorazepam; primo perché secondo me le benzodiazepine sono una cosa tremenda e lei non ha disturbi del sonno così gravi da giustificarne l’assunzione (semplicemente dorme un sacco durante il giorno), secondo perché la lasciano ancora più rintronata di quanto già non lo sia di suo, e questi sono i risultati.
Ovviamente, però, se lo dico io o se lo dice mia madre non conta un tubo. Il medico le ha prescritto il delorazepam per dormire e quindi lo deve prendere, poco importa se quando lei va dal dottore gli racconta cose che, nel migliore dei casi, sono assolutamente confusionarie e, nel peggiore, sono proprio totalmente false.
Ma se si fa male, prende paura e si rende conto da sé che qualcosa le fa più male che bene, allora la lezione la impara.

Credevo di essere veramente un pessimo individuo perché oggi mia nonna avrei voluto prenderla a sberle per la frustrazione. Gli dici le cose per il loro bene, ma sono impermeabili anche alla logica più elementare (ma questo, mi tocca dirlo, è comune un po’ a tutti i paranoici, non solo a quelli vecchi) perché sei tu che non li vuoi fare contenti. Perché fanno i capricci come i bambini, ma non hanno le scusanti che hanno i bambini. Perché sono mostruosamente egoisti, e insensibili. E insistenti. Spesso anche molto ipocriti. Petulanti. Mentalmente rigidi o a volte semplicemente pigri.
Ma ha ragione Genna, io non posso controllare quello che penso, posso solo controllare quello che faccio… e, visto che naturalmente non ho fatto nulla del genere (non ho nemmeno mai alzato realmente la voce), al contrario delle persone riprese dalle telecamere della casa di cura, stasera mi sono resa conto che evidentemente non sono così tremenda e “fuori posto” come spesso mi capita di sentirmi.

I gabbiani ridono davvero

Agosto, l’ultimo mese che mi separa dalla mia nuova agenda.

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Stranamente, ho sentito molto Lughnasadh quest’anno. Il caldo, le ferie (di Yuri) e la sensazione di hygge estivo nell’uscire con qualche amico un po’ più spesso del solito.
Esempio banale-ma-non-troppo: quest’anno le pannocchie dei campi erano mature; ho fatto la bambolina e poi ce le siamo mangiate, cosa che non si può dire dell’anno passato.

Allora… Chiara ha proposto una challenge, per questo mese: si tratta in soldoni di prendere un’abitudine nuova, positiva, al posto di una vecchia e brutta.
Dopo lunga e attenta ponderazione (che, praticamente, constava nell’ascoltare le mie stesse paturnie riguardo a cosa urtava e cosa distendeva i miei nervi), ho deciso che il tema della mia sfida doveva essere meno social network, più libri.
L’illuminazione definitiva è arrivata ascoltando Marco Montemagno in un qualche video che ho beccato “casualmente” nel mio feed di Facebook e che ora non sono più in grado di ripescare; in sintesi, se non ricordo male, ha detto che, se dedicassimo ai libri lo stesso tempo che dedichiamo ai social, potremmo leggere anche centinaia di libri all’anno.
Ottimo, no? Tanto a me aprire Facebook, una volta superato il primo blocco di notizie a cui ho impostato la precedenza e controllato di non starmi perdendo qualche compleanno importante, causa per lo più fastidio. Quindi ho eliminato l’app dal telefono -liberando per altro un notevole quantitativo di spazio in memoria- e ci ho messo quella di Kindle.
Sono la prima a trovare contradditorio promuovere una politica anti-social sui social, ma lì entra in ballo la motivazione.
E poi a me Instagram, nonostante tutto, piace ancora.

Dopo Lughnasadh, nell’ambito dell’Hedgerow Bookclub, ho cominciato “The Art of Conversation with the Genius Loci“; nell’ambito della mia evidentemente costante ricerca di cosa voglio fare della mia vita, giovedì sera ho letto questo paragrafo, che a me sul momento è sembrato BELLISSIMO, e che ricopio di seguito cercando di tradurlo come meglio mi riesce:

Ho superato un piccolo lago su cui galleggiava una colonia di gabbiani. Dopo che ero passato, alcuni avevano preso il volo e poi erano tornati al loro posto, tranne un singolo gabbiano che mi scortò lungo la strada. Mi trovavo su un terreno leggermente sopraelevato dove la gente aveva estratto la torba ed un labirinto di profondi canali era inondato di acqua marrone scuro. Ho saltato un canale, mi sono trovato intrappolato ed ho cercato di saltare il successivo. Inizio grandioso per il viaggio! Sono sprofondato fino alla cintola nell’acqua torbosa e me ne sono tirato fuori, imprecando bagnato fradicio. In quel momento ho alzato lo sguardo verso il gabbiano. Volò in circolo ridendo di me e poi se ne andò per andare a dire ai suoi amici che un tale scemo non poteva costituire alcuna minaccia. Questo pensiero mi sorse spontaneo, ma un’altra parte di me lo mise in discussione. Avevo questa sensazione: «Gli uccelli non pensano, gli uccelli non possono raccontare storie, sei mortificato e ti stai facendo dei film mentali!» ma qualcosa successe. Avevo una scelta, ed era scritta nella mia mente chiaramente come qualsiasi altra scelta che avevo fatto finora. Potevo scegliere il mondo in cui gli uccelli sono animali ottusi guidati dai loro geni egoisti nel portare avanti dei comportamenti semplici programmati ed imparati o il mondo in cui era vero il mio primo pensiero. Ho scelto il mondo del gabbiano che rideva. Andò contro tutta la mia educazione, enormi quantità di condizionamenti a proposito di cosa fosse ragionevole o realistico, ed un sacco delle mie stesse difese contro l’ignoto, ma scelsi di entrare in quel mondo.
Me ne stavo lì, con i miei pantaloni di lana grondanti e pesanti e realizzai che il mondo in cui avevano luogo le favole non era così lontano da quello che avevo appena lasciato. Non avevo imbarcato nulla di nuovo, sembrava solo che avessi sospeso il mio scetticismo. Perché no? Perché no? Il mio mondo era cresciuto. Sembrava all’improvviso molto più grande. Mi sentii di nuovo bambino. Tutto era possibile. Potevo non essere solo. Potevo non essere stato mai solo, qualcosa che avevo sempre sospettato – c’era quell’Angelo sugli Appennini per esempio. Ma qualcun altro avrebbe potuto giudicarmi come sembrava fare quell’uccello. Tutte le mie speranze… Tutte le mie paure… C’era spazio perché tutte loro si avverassero in questo mondo di fiaba che mi stavo raccontando. La nostra realtà dipende, alla fin fine, dalla storia che noi costantemente ci raccontiamo a proposito delle nostre vite.

Si ritorna ai piccoli “miti” personali, insomma. Qualcosa vorrà pur dire.
Sono molto combattuta a tal proposito… fino a che punto “raccontarsela” è sano e costruttivo, e quando diventa invece una zavorra che distorce le nostre percezioni facendoci credere di stare combinando qualcosa di buono mentre invece continuiamo a sguazzare sempre nella stessa melma?
Probabilmente ad un certo punto la differenza si vede dai risultati -tipo che chi si è raccontato una storia sana si è evoluto in uno scrittore in grado di pubblicare libri che a me piace leggere, e tutti gli altri sguazzano ancora nella melma.

Dubbi esistenziali sulla soglia dei 32.

Di crescite varie

Lunedì pomeriggio il nostro piccolo zoo è cresciuto, è arrivato un terzo polletto!
Ora le possibilità sono molteplici: the CockaTHREEls, Los Trios Parakeetos… ed è solo mercoledì.
Lui –perché è un lui, è un bel maschietto ancestrale che da lontano è pressoché indistinguibile dal Pollo, nella foto è quello a sinistra– è finito nel giardino di un amico di Tito, ancora qualche tempo fa; qualcuno gli aveva completamente scotchato le ali per impedirgli di volare, e poi l’aveva mollato in giro. Per fortuna, questa persona è un appassionato di canarini, e ha avuto modo (e mano) di prendersene cura. Poi però gli dispiaceva vederlo sempre solo, e Tito ha fatto da tramite con noi, che tanto dopo aver tenuto il cugino Polito ci eravamo resi conto che due o tre non fa molta differenza.

Lui –quanto al nome, ci sono due versioni: Pollo + Polletta + Poncillotto e Cutie + Picky + Eduardo, perché è capitato in un momento in cui stavamo ridendo per un meme sui Teletubbies– è ADORABILE. È molto più docile della Polletta, con tutto che lei l’abbiamo imprintata noi.
Gli avevamo preparato un posticino tranquillo dove ambientarsi, con la sua gabbietta, ma non ne ha proprio voluto sapere: come ha visto gli altri due è stato ammmore (solo da parte sua, naturalmente… al Pollo piace finché il corteggiamento non si fa troppo serrato, Polletta lasciamo perdere perché quella è convinta di essere un cane) e non si dà pace finché non possiamo stare tutti insieme. O almeno con Pollo.

Devo dire che, in un certo senso, mi ci voleva. Chiaramente un polletto è sempre una bella cosa –poi, ripeto, Poncillotto sta andando oltre le più rosee aspettative– ma nella fattispecie adesso è una mano santa. Mi trovo alla nefanda confluenza di dolori mestruali, bolla di caldo africano, salasso pecuniario e struggimento veneziano (per disperazione ho guardato i fuochi del Redentore da una livecam, sabato sera), il morale non era proprio alle stelle.

Visto che sono sempre senza tablet, in questo periodo ho fatto tesoro di un consiglio di Michela/Chievrefolie, mi sono addentrata un po’ più a fondo nel meraviglioso mondo dei podcast ed ho scoperto psinel.com – mediamente ne ascolto un episodio al giorno mentre faccio i massaggi alle gambe con la coppetta. La sensazione è quella piacevole di quando dai ai neuroni qualcosa da fare, che sia stimolante e al contempo abbastanza semplice da poter essere capito al volo.
Ieri sera stavo ascoltando Gennaro Romagnoli intervistare Andrea Giuliodori di EfficaceMente.com, e nel giro di una mezz’ora mi sono ritrovata iscritta anche alla sua, di newsletter, e stavo scaricando l’estratto gratuito del suo libro Start! La guida pratica per smettere di procrastinare , il tutto continuando comunque a pensare che se avessi trovato i loro siti prima di conoscerli tramite trasmissioni radio, mai nella vita li avrei degnati di attenzione. Mi sta piacendo molto il loro approccio “scientifico” alla materia –ma scientifico vero, non fuffa aggregata con paroloni mutuati dalla fisica dei quanti– e quindi caricherò Start! sull’ebook reader e pian pianino lo leggerò (come se non avessi abbastanza carne al fuoco…). Avrete mie notizie quando smetterò di procrastinare e deciderò di dedicarmi con costanza e metodo al journaling dei miei progressi.

Insomma, io ogni tanto mi chiedo pure cosa sia, questa fantomatica “Crescita Personale”, e siccome non sono del tutto convinta di aver trovato una risposta soddisfacente, ampliare un pochino i miei orizzonti con un approccio un po’ diverso da quelli più “spirituali” a cui sono abituata, mi sembrava una cosa carina da provare!

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